SOCIAL MEDIA

Verso la nuova frontiera del tecnoinconscio

Verso la nuova frontiera del tecnoinconscio

Basta andare su uno dei nostri social media. Facebook, Twitter, Instagram, Snapchat, aprirlo e osservare. Cosa si può vedere? Di tutto. Frammenti testuali e visivi: pensieri scritti, semplici citazioni, foto di piatti, immagini di corpi, panorami di vita e ambiente. Set e scenografie esistenziali che rimandano a biografie più o meno distribuite lungo un asse temporale determinano il nostro osservare.
Ma siamo sicuri che questi pezzi di vita siano solo schegge prive di ogni significato e rimando?
Forse no. Forse rappresentano quello che qualcuno ha iniziato a definire come il nostro tecnoinconscio (Geert Lovink, L’abisso dei social media, Egea, Milano 2016).
Ognuno di noi, infatti, nel racconto della propria vita su un social media genera dei prodotti che se visti nella loro singolarità vogliono dire poco o nulla, ma nel loro insieme o in connessione con altri assumono significati profondi spesso non consapevoli a noi stessi.
La letteratura di riferimento (per esempio Manfredi Spitzer in Solitudine Digitale o Evgenij Morozov in L’ingenuità della rete) ha ormai evidenziato che siamo quasi sempre pre-riflessivi nel nostro postare, chattare, fotografare e mettere on line. Un tempo vi era una distanza tra ciascuno di noi e la rete, non si andava subito on line. Ora la distanza è annullata e la rete vive nella nostra simultaneità. Questo significa che molto spesso agiamo in modo non completamente consapevole la nostra relazione col web e con gli artefatti e i prodotti digitali. Generiamo un testo, una foto, un prodotto narrativo anche frammentato, e lo mettiamo on line, anzi lo produciamo on line e una volta inviato viene a esistere per tutti e ad assumere un senso al di là di noi stessi, pur parlando di noi. Il tecnoinconscio è allora l’insieme di tutte quelle rappresentazioni di vita che prese in un tempo danno di noi una serie di deep data sulla la nostra personalità (digitale e non solo).
E’ chiaro che in questo senso i social media - e in senso lato il web - diventano ancora di più fonte preziosa di analisi, perché attraverso di essi non solo è possibile arrivare a catalogare elementi di social mining, ma è addirittura possibile estrapolare nuovi significati sulle vite e sulle personalità profonde di chi si rappresenta nel web.
Definire le variabili di valutazione del tecnoinconscio è impresa ancora aperta e qui di seguito si possono trovare cinque dimensioni interessanti, che sembrano essere imprescindibili per una analisi di questo tipo, partendo dall’analisi di testi, immagini e narrazioni transmediali, provenienti dai canali social e dal web:

  • i tratti di personalità (espressi e latenti) che un individuo o un gruppo possiedono;
  • i bisogni di vita profondi (dichiarati o pre-riflessivi), che si palesano;
  • i valori esistenziali condivisi on line (anche la foto più banale in logica di puro intrattenimento può avere un significato valoriale), gli immaginari dentro cui gli individui o le organizzazioni si raccontano e si simulano (perché questi determinano parole, scene, ambientazioni e set di vita)
  • la story-experience complessiva: cioè l’insieme di significati univoci che emerge dall’analisi della rappresentazione testuale e visiva di un soggetto (individuale e/o organizzativo).

Analizzando queste aree del tecnoinconscio, con l’intelligenza artificiale e il cognitive computing, (su cui chi scrive sta conducendo ricerche empiriche insieme ad IBM, azienda leader nel campo) è oggi possibile elaborare un quadro di sintesi delle biografie individuali o di gruppo. Riassunto in una mappa utile per impostare, per esempio, un percorso di riposizionamento di un brand, una nuova strategia di marketing e un più efficace piano di comunicazione attraverso i diversi canali che un individuo o un'organizzazione scelgono di usare.
Chiaramente questo apre un mondo enorme di possibili ricadute: etiche, politiche, commerciali e di consumo. Pensiamo solo a come un'organizzazione possa valutare se il suo racconto identitario corrisponda o meno alle storie di vita dell’audience cui si rivolge. O come un personaggio politico possa allineare meglio la sua rappresentazione elettorale o di governo ai bisogni di una comunità.
Ci stiamo avvicinando a una nuova frontiera di ricerca a cavallo tra cognitive computing e narrazione, che potremmo definire cognitive storytelling, in grado di aiutare a decodificare il tecno-inconscio individuale e organizzativo e a proteggere privacy e identità? La risposta è probabilmente positiva. Si tratta di un nuovo territorio che dovrà essere esplorato e addomesticato, senza dubbio ricchissimo di tesori e segreti da scoprire.

Andrea Fontana é imprenditore e amministratore delegato di Storyfactory, docente di Storytelling e Narrazione d'impresa all'università di Pavia e direttore didattico del Master in Marketing Utilities & Storytelling Techniques all’Università di Pavia.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 2500

Temi più seguiti

Partner center