Novembre 2017

Le promesse della realtà aumentata

Michael Porter non è uno che ami parlare a vuoto. L’ideatore dei principi tuttora più avanzati relativi alla catena del valore e alla conquista del vantaggio competitivo è un attento osservatore anche della realtà dell’innovazione tecnologica e digitale e delle implicazioni per la strategia aziendale. Dunque, il fatto che qui si occupi di realtà aumentata, oggi dai più considerata sostanzialmente alla stregua di strumenti e gadget orientati al passatempo ludico degli adolescenti, va preso con la dovuta serietà.

Negli ultimi anni, Porter (con il suo co-autore Heppelmann) ha costruito un modello di estrema validità per interpretare l’ecosistema digitale, centrando l’attenzione sugli oggetti intelligenti e interconnessi, riunendo dunque in una visione a tutto tondo i big data, la sensoristica, gli analytics, il cloud e, al fondo, anche la robotica e l’intelligenza artificiale. Nell’inserire all’interno di questo panorama anche la realtà aumentata, Porter definisce un passaggio ulteriore, ossia quello dell’utilizzazione pratica e semplificata dei dati e delle informazioni puntando a unificare l’esperienza digitale con quella fisica in un approccio concreto di nuova potenza, capace di creare nuovo valore per gli utilizzatori e per le aziende.

Non c’è niente di esoterico in questo approccio: le tecnologie alla base della realtà aumentata esistono già tutte e gli strumenti di applicazione sono già di uso relativamente comune, anche se di costo ancora piuttosto elevato. Per gestire e sfruttare la realtà aumentata si parte sostanzialmente da una videocamera le cui immagini vengono poi sovrapposte a immagini digitali per creare una nuova visione di potenza incrementata che migliora l’esperienza concreta dell’utilizzatore. I dispositivi? Gli occhiali, o visori, intelligenti, i tablet, gli smartphone: si veda, per un’applicazione pratica immediata la app inserita con un codice nelle pagine dello Speciale di questo numero.

L’articolo di Porter e Heppelmann spiega in modo estremamente preciso non solo il mercato potenziale di questa tecnologia (60 miliardi già nel 2020) ma i diversi utilizzi che se ne potranno fare (o già se ne possono fare): in campo medico o automobilistico, nel marketing come nella produzione, nella manualistica e nell’apprendimento. Oggi quasi tutte le applicazioni di realtà aumentata passano per l’uso di dispositivi mobili, ma in futuro prevarranno quelli indossabili, oggi comunemente noti col termine smart glass, resi celebri da strumenti come i Google Glass, cui si stanno già aggiungendo, con ritmo frenetico, nuovi dispositivi di Microsoft e Apple, per citare i più noti, mentre altri ancora sono allo studio in altre parti del mondo a partire dalla Cina.

L’articolo di Porter mette in evidenza un aspetto su cui finora l’attenzione è stata parziale, ossia la capacità degli strumenti della realtà aumentata di generare una fornitura di informazioni strutturate su una base tridimensionale quando finora la pratica universale è stata di trasporre una realtà effettiva 3-D su superfici a due dimensioni, con l’evidente conseguenza di una grave perdita di informazioni, una attenuata capacità di comprensione e una ancor più diminuita possibilità di intervento. Un esempio banale ma significativo riguarda il manuale d’istruzione per la gestione o riparazione di una fotocopiatrice da ufficio: le istruzioni d’intervento graficamente esposte in versione bidimensionale spesso rappresentano un vero ostacolo insormontabile, o comunque un’esperienza complessa non alla portata di tutti. La trasposizione in tre dimensioni, possibile con i device in questione, cambierà alla radice le modalità di interazione. In campo automobilistico (la visione della realtà esterna al veicolo) o in campo medico-chirurgico (la visione realistica degli organi interni su cui effettuare interventi) costituiscono altri evidenti esempi di potenziamento e miglioramento delle nostre attuali pratiche.

Porter sintetizza la promessa della realtà aumentata affermando senza mezze misure che nei prossimi anni trasformerà il nostro modo di imparare, decidere e interagire con il mondo fisico, e cambierà il rapporto fra le imprese e i loro clienti, il modo di generare valore e la stessa capacità di competere. Soprattutto, sarà la nuova interfaccia fra l’uomo e la macchina. Non si tratta, decisamente, di cose da poco.

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