SISTEMA ITALIA

Uscire dall’euro? La maggioranza degli italiani non ci sta

Renato Mannheimer

04 Giugno 2018

Malgrado smentite e controsmentite, si continua a parlare di un possibile (e per alcuni auspicabile) abbandono dell’euro da parte dell’Italia. Specie perché l’atteggiamento ostile all’Europa – e spesso all’adesione all’euro – caratterizza in fondo sia il Movimento Cinque Stelle di Grillo, sia la Lega di Salvini. Il tema e la proposta di un referendum sull’euro erano circolati durante la campagna elettorale che ha preceduto le consultazioni del marzo scorso (lo stesso Beppe Grillo lo ha spesso riproposto) e, sia pure tenuti sottotraccia durante le trattative per il Governo, rimangono sempre presenti nel retropensiero – e forse nelle intenzioni – dei leader dei due partiti, in ciò spinti dalla convinzione che una larga parte degli italiani ritiene davvero che l’adesione del nostro Paese all’euro costituisca in una certa misura la fonte dei nostri guai, della crisi economica e dell’accentuarsi delle differenze sociali e retributive.
Si tratta, non solo a mio avviso, ma secondo il parere di economisti accreditati, di una visione radicalmente errata, basata su informazioni false o superficiali. Se il nostro Paese non avesse aderito all’euro staremmo sicuramente peggio. D’altra parte, l’idea di restare ancorati all’area euro è condivisa dalla maggioranza (ma non dalla totalità) dei cittadini. Secondo un sondaggio compiuto di recente dall’istituto Eumetra MR di Milano (intervistando un campione rappresentativo della popolazione al di sopra dei 17 anni di età), il 60% degli intervistati, in caso di referendum, voterebbe senza dubbio per la permanenza dell’Italia nell’euro. I restanti non sono tutti contrari: solo il 20% (un italiano su cinque) voterebbe contro. Molti, un altro 20%, sono indecisi o, più spesso, propensi all’astensione. I favorevoli alla moneta unica sono dunque prevalenti, ma non in misura eccessiva: una parte notevole della popolazione resta scettica o contraria all’euro.
Questi risultati sono in una certa misura simili a quelli rilevati nel 2016 attraverso un’indagine analoga. Allora quanti dichiaravano l’intenzione di votare per la permanenza nell’euro del nostro Paese erano il 55%, i contrari il 32% e gli indecisi e gli astenuti il 13%. In questi due anni, dunque, si sono sensibilmente accresciuti i favorevoli alla moneta unica e si è erosa al tempo stesso la quantità di contrari; il che può dipendere anche dal fatto che allora la campagna anti-euro era più estesa ed evidente, mentre attualmente appare meno intensa, anche se sempre presente. Tuttavia si è allargata significativamente l’area del dubbio e dell’indecisione. Ma quali sono le principali caratteristiche di questa comunque vasta quota di elettori ostili alla permanenza dell’Italia nell’euro? Esaminando i dati del sondaggio, si rileva come si tratti in misura più accentuata della generazione dei giovani, dai 18 ai 24 anni, mentre i favorevoli alla permanenza nell’euro si trovano in quota maggiore nell’età di mezzo e tra i più anziani. All’interno dei “millennial”, gli ostili alla moneta unica sono più di uno su tre (35%), specie se residenti nei centri più grandi, sopra i 100.000 abitanti. Di conseguenza, l’avversione all’euro appare più frequente tra gli studenti e, ancor più, tra coloro che sono in cerca di prima occupazione: evidentemente la condizione spesso disagiata influisce sul giudizio e parte delle cause di quest’ultima viene (erroneamente) ricondotta all’euro.
Dal punto di vista dell’orientamento politico (misurato sulla base delle intenzioni di voto espresse riguardo alle prossime elezioni) si rileva, com’era prevedibile, una più accentata ostilità tra i votanti per la Lega e, in misura ancora maggiore, tra quelli per il Movimento Cinque Stelle (30%). Tuttavia, anche all’interno della base elettorale di queste due forze politiche, la maggioranza (seppure non molto netta, attorno al 53%) voterebbe in favore della permanenza nell’euro del nostro Paese.
Ma cosa accadrebbe se fossimo realmente chiamati alle urne sul tema e fosse indetto un “vero” referendum (anche se le leggi attuali escludono questa possibilità, trattandosi di un trattato internazionale)? Una previsione è difficile, anche perché, come si sa, non sempre i sondaggi riescono a stimare con precisione il voto effettivo. E la misura, tutto sommato contenuta, della maggioranza favorevole alla permanenza rilevata da questa e altre ricerche sull’argomento non permette di formulare un’aspettativa senza margine di dubbio. Certo, conterebbero molto anche la campagna elettorale e le posizioni espresse dalle diverse forze politiche. Da un verso, l’esistenza (e l’accrescimento negli ultimi mesi) di una maggioranza di fautori della partecipazione del nostro Paese alla moneta unica lasciano sperare in un risultato in questo senso. Ma la presenza di una così ampia quantità di scettici e di contrari suggerisce la necessità di una adeguata azione di comunicazione, nella quale spiegare e sottolineare in misura ancora maggiore i pericoli legati a un’eventuale uscita dell’Italia dall’euro.

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