SISTEMA MONDO

Rallentamento globale tra rischi crescenti

Emilio Rossi

04 Giugno 2018

La forte attenzione prestata alle questioni politiche ed economiche interne al nostro Paese sta facendo passare in secondo piano la conferma che l’economia globale ha molto probabilmente raggiunto il picco del ciclo economico ed è ormai orientata nella direzione del rallentamento.
Se il 2017 si era caratterizzato per una crescita sincronizzata tra pressochè tutte le diverse aree del pianeta, i dati degli ultimi mesi, con considerevoli cali dei Purchasing Manufacturing Index (PMI), suggeriscono che l’accelerazione coordinata della crescita globale del PIL abbia fatto il suo corso.
L’esperienza storica mostra che i rallentamenti simultanei nelle PMI di Stati Uniti e della zona Euro sono spesso associati solo a un lieve rallentamento della crescita del PIL mondiale. Tuttavia, i rischi associati con l’ormai avviato processo protezionistico, con gli eventi in Iran e il conseguente aumento del prezzo del petrolio invitano alla cautela sia consumatori e investitori sia previsori di professione. Mentre la debolezza del settore manifatturiero potrebbe essere spiegata dall’impatto delle schermaglie protezionistiche e dalla conseguente incertezza e perturbazione delle catene di approvvigionamento globali, il calo nel settore dei servizi (che in alcuni casi è stato superiore a quelli delle componenti manifatturiere) appare meno spiegabile sulla base di queste problematiche (figura 1). Il fatto poi che i cali siano relativi alla maggior parte delle economie aumenta la probabilità che i recenti rallentamenti evidenziati dalle indagini costituiscano più un cambiamento di tendenza che una semplice battuta d’arresto.In questo quadro di generale affievolimento del ritmo di crescita, si inseriscono alcuni spunti di riflessione che per la maggior parte spingono alla cautela, pur in presenza, negli USA, di un importante fattore leggibile in chiave positiva.
La politica fiscale espansiva adottata da Trump non ha ancora fatto sentire appieno i suoi effetti. Il valore complessivo dello stimolo (ossia tenendo conto di tagli alle imposte, legge sull’occupazione e legge sul bilancio nonchè dell’effetto di maggiori importazioni) è stimabile in circa lo 0,7% del PIL per il 2018, mentre per gli anni successivi la spinta proveniente dalla politica fiscale è destinata ad affievolirsi significativamente
La decisione degli Stati Uniti di ripristinare “il più alto livello di sanzioni economiche” nei confronti dell’Iran porterà a una graduale e modesta riduzione della produzione petrolifera del quinto produttore mondiale. In un contesto di maggiore rigidità dell’offerta globale, questo eserciterà un’ulteriore pressione al rialzo sui prezzi del petrolio. Se quest’anno il prezzo medio del greggio del WTI si attestasse sui 70 dollari al barile, l’economia statunitense potrebbe subirne un contraccolpo negativo pari alla metà dello stimolo fiscale di 0,7 punti percentuali. Un livello di investimenti più robusto nel settore dell’energia consentirebbe solo una modesta compensazione positiva, data l’elevata produttività della produzione di shale-oil e shale-gas.
La Cina sta pilotando il suo modello di sviluppo verso ritmi più sostenibili sia dal punto di vista ambientale che come composizione dell’output e della domanda interna. Ne consegue una minore (ancorchè elevata) propulsione al commercio e all’economia mondiale.
In Europa i rischi derivanti dalla situazione politica italiana e, in minor misura, dall’incerto procedere della Brexit stanno già avendo un impatto negativo sulla fiducia di consumatori e investitori e la performance del PIL per il 2018/19 sarà inferiore a quella del 2017
L’incertezza creata dalla posizione protezionistica degli Stati Uniti e il rischio di una prolungata interruzione della supply-chain sono destinati a pesare ancora a lungo sulla crescita globale, come indicato da diversi indicatori del commercio mondiale.

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