RICERCHE

La nuova frontiera della CSR

Giovanni Santambrogio

04 Giugno 2018


È oramai la nuova frontiera, la nuova sfida imprescindibile per le imprese evolute, per un futuro non solo competitivo ma anche eticamente sostenibile. È la Corporate Social Responsability (CSR), ovvero l’attenzione a gestire le problematiche d’impatto ambientale, sociale ed etico all’interno dell’azienda. Una voce importante, che compare sempre più frequentemente nei bilanci, che cresce costantemente di anno in anno e che ha sempre più peso nelle strategie di business.

Una consapevolezza in crescita
La consapevolezza in crescita è stata fotografata dalla ricerca di Top Employers Institute 2018 che ha analizzato la realtà “sostenibile” all’interno di oltre 1300 aziende di 115 Paesi del mondo, con un focus dedicato alle 90 aziende certificate Top Employers presenti sul territorio italiano. Dalla ricerca si scopre che nel 2018 il 92% delle aziende ha programmi definiti di Responsabilità Sociale, un dato in aumento del 5% rispetto a quello dell’anno precedente, che era dell’87%. Un coinvolgimento significativo che si concretizza con la partecipazione attiva dei dipendenti a programmi di Responsabilità Sociale, che viene incoraggiata e supportata con permessi straordinari nel 61% delle aziende e con la presenza e partecipazione attiva dell’executive management nel 36% dei casi.

I numeri dell’economia “verde”
I numeri della ricerca Top Employers si riferiscono ad aziende eccellenti ed evolute a livello HR e potrebbero far pensare a una realtà virtuosa di nicchia, ma ci sono le cifre relative all’economia “verde” a confermare che il settore è in forte espansione e che la CSR sta assumendo sempre più un’identità di business.
I dati di Green Italy 2017, rapporto realizzato da Fondazione Symbola e Unioncamere, in collaborazione con il Conai, con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e con il contributo di Ecopneus rilevano che nel nostro Paese i “lavori verdi”, occupazioni relative all’indotto della green economy, sono già quasi tre milioni, pari al 13,1% dell’occupazione complessiva nazionale, e generano una ricchezza di circa 195,8 miliardi di euro. Non solo, ma le professionalità richieste spaziano in diversi ambiti, anche con requisiti di alto profilo: ingegneri energetici, agricoltori biologici, esperti di acquisti verdi, tecnici meccatronici o installatori di impianti termici a basso impatto.

La CSR come elemento di business
Ma l’elemento più significativo che emerge dai dati di ricerca e viene confermato da analisti, opinionisti ed esperti del settore è la forte valenza competitiva e l’identità a livello di business delle strategie CSR. «Impegnarsi in una politica di CSR non significa solamente misurare l’impatto aziendale a livello di emissioni, utilizzo d’acqua, risparmio energetico, ma il plus a livello competitivo sta nel farla diventare una voce importante e identitaria della cultura aziendale, e trasformarla poi in un vero e proprio obiettivo di business», osserva Massimo Begelle, Deputy Country Manager Italia di Top Employers Institute.
«Senza essere sostenibili non si può più fare business. Avviare una produzione sostenibile non è solo immagine, ma è soprattutto fonte di efficienza e quindi anche di risparmio. È così per le strategie energetiche, per l’adozione di politiche di condivisione, nonché di economia circolare o di mobilità a impatto zero. Solo avviandosi sulla strada della sostenibilità un’azienda è sicura di poter stare sul mercato», conferma M. Cristina Ceresa, direttore responsabile di “Greenplanner”, almanacco della sostenibilità. C’è poi da segnalare che il business “verde” riguarda anche quelle realtà che a prima vista “verdi” non sono. Le statistiche parlano di un 33,8% di investimenti in tecnologie verdi nell’industria manifatturiera. Una scommessa sulla capacità della green economy per aiutarle a differenziarsi e trovare occasioni di crescita: più competitività, crescita delle esportazioni, dei fatturati e dell’occupazione. Non solo. Uno degli esempi più virtuosi è nell’Automotive, dove Automobili Lamborghini, azienda certificata Top Employers, è stata la prima azienda al mondo a ricevere già nel 2015 la certificazione DNV-GL (Det Norske Veritas Germanischer Lloyd) per il suo impianto di produzione riconosciuto come “CO2 neutrale”.

Lo scenario delle imprese responsabili
Lo scenario del prossimo futuro non può esimersi da una presa di coscienza sempre più forte dell’importanza di una CSR omnicomprensiva, come osserva Elena Piani, CEO & Founder di Piani Projects (Consulenza e Formazione in Comunicazione Organizzativa e Sviluppo Sostenibile) nel suo articolato studio “La CSR è profezia o realtà: cosa offre alla nostra società?”. «La CSR è una tematica che viene ancora ricercata su internet per la sua definizione, ma una buona CSR dovrebbe essere integrata nella cultura aziendale e nella catena di valore», illustra Piani. E analizza nel dettaglio il “dover essere” dell’impresa responsabile. «Essere impresa responsabile, vuol dire produrre con la consapevolezza dello scenario ambientale nel quale ci troviamo. Vuol dire non solo rivedere i processi produttivi, produrre con energia da fonti rinnovabili, ridurre il consumo di acqua... ma anche rivedere il design dei prodotti e del packaging, ottimizzare la distribuzione e attrarre consumatori responsabili così da rimettere la stessa produzione in un sistema di economia circolare, dove le collaborazioni sono al centro del fare meglio. Forse la vera CSR è quella che ognuno di noi, proprio come consumatori, possiamo fare per alimentare un sistema che si impegni nel concretizzare processi e soluzioni per raggiungere uno sviluppo sostenibile».

I ruoli e la formazione
Nell’ancora lungo cammino verso una realtà fatta di imprese responsabili, c’è attualmente un grande punto interrogativo, legato soprattutto a ruoli e formazione del CSR Manager. Chi è e cosa fa, a chi risponde, come comunica? Secondo Elena Piani, «il CSR Manager dovrebbe essere assimilato nella visione strategica e cultura d’impresa, essere visionario, innovativo, consapevole delle sfide e opportunità del mercato, conoscere il sistema impresa e avere un budget e delega per esercitare un potere decisionale e non solo informativo o consultivo».
Nella realtà di oggi, il bisogno di una formazione ad hoc è molto sentito e confermato dalle iniziative messe in atto dalle aziende, che si muovono con programmi mirati, come testimonia Begelle: «Sono sempre di più le aziende che investono in programmi di CSR e quasi il 70% predispone programmi di formazione mirati e rivolti ad ampi gruppi di dipendenti; le informazioni relative sono trasparenti e liberamente accessibili via Intranet nell’87% delle aziende e vengono valutate periodicamente nel 74% dei casi. La partecipazione del management è fondamentale per dare l’esempio e coinvolgere direttamente i dipendenti, aumentando così il senso di appartenenza e l’orgoglio di far parte di un’azienda socialmente ed eticamente responsabile».
Un cammino virtuoso riconosciuto e premiato dal mercato, che vede il 66% dei consumatori worldwide disposto a pagare di più un prodotto di un brand responsabile, secondo i dati della ricerca Nielsen Global Survey of Corporate Social Responsibility and Sustainability. Un trend in continua crescita e una nuova frontiera che rappresenta un’opportunità per i produttori, sia in termini di maggior potenziale di fatturato sia per creare le basi di una crescita etica e sostenibile dell’azienda stessa.

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