SISTEMA ITALIA

Un timido ritorno alla voglia d’Europa

L’Europa è tornata al centro dell’attenzione del pubblico. Dell’elettorato nel suo insieme e di diversi leader politici. Molti ne prospettano il rilancio. Infatti, con l’elezione di Emmanuel Macron alla Presidenza della Repubblica Francese, ma anche prima, sono cambiati significativamente il clima politico e gli orientamenti nei confronti del Vecchio Continente. Il nuovo Presidente francese è noto per le sue posizioni decisamente europeiste. Pur essendo concorde con la necessità di imprimere una riforma profonda alle istituzioni comunitarie, è stato sempre un fautore della continuazione o, meglio, della ripresa del processo di unificazione europea. Su questo ha impostato buona parte della sua campagna di comunicazione e su questo ha basato – e vinto – il suo scontro con Marine Le Pen. L’elezione di Macron ha dunque innestato una nuova ventata europeista, ma ne è stata anche il frutto, anche perché ha rappresentato una reazione al comportamento degli inglesi con la Brexit. Diversi indicatori tendono a suggerire l’esistenza di questo fenomeno, in vari contesti europei e anche per quanto riguarda l’opinione pubblica del nostro Paese. Per la verità, gli italiani sono tradizionalmente stati nel passato il popolo più “europeista” del continente. I livelli di consenso manifestati nei confronti delle istituzioni comunitarie hanno infatti fatto registrare, specie all’inizio del percorso comunitario, tra i valori più elevati e si sono mantenuti per lungo tempo così. Poi, specie con l’inizio della crisi economica del 2008, il supporto nei confronti dell’Unione è andato progressivamente diminuendo, toccando di recente il livello minimo, sotto al 30%, dopo avere raggiunto in passato anche l’80%. Il trend di contrazione dei giudizi positivi nei confronti dell’Ue è proseguito negli ultimi anni in modo regolare, con continue correzioni all’ingiù. A partire grossomodo da quest’anno, l’andamento sembra essersi invertito, con una significativa crescita dei consensi, che pure rimangono a livelli medio-bassi. Naturalmente, non si può sapere se si tratta di una vera e propria inversione del trend negativo oppure di un episodio isolato. Dipenderà anche molto dalle politiche che gli Stati europei – e i loro leder – assumeranno in futuro. E dall’andamento del contesto economico generale. Sta di fatto che la percentuale di chi esprime un giudizio positivo sull’Ue, dopo avere segnato nel 2016 il valore più basso in assoluto, ha ripreso quota negli ultimi mesi, raggiungendo oggi il 35% (Figura 1).

Con (e anche questa è una novità) un 7% di intervistati (precedentemente era il 2%) che si azzarda a manifestare una opinione “molto positiva”. Sono indicazioni che emergono da un sondaggio effettuato dall’Istituto Eumetra Monterosa, intervistando telefonicamente (metodo Cati) un campione rappresentativo della popolazione italiana con età superiore ai 17 anni. Risultano relativamente più fautori dell’Ue i giovani in età lavorativa (tra i 25 e i 34 anni si rileva quasi la metà, il 49%, di valutazioni positive), coloro che detengono un titolo di studio più elevato (in particolare i laureati) e chi esercita professioni come impiegati, insegnanti e commercianti (ma anche imprenditori e liberi professionisti). Insomma, gli strati che possiamo considerare come più “centrali” socialmente. Viceversa, permane un diffuso scetticismo verso la Ue tra i settori che potremmo definire più “marginali”: gli anziani oltre i 65 anni, le casalinghe, gli operai e chi è in cerca di prima occupazione. Sul piano degli orientamenti politici, si rileva una maggiore approvazione per la Ue tra chi esprime l’intenzione di votare per il Pd, mentre sul lato opposto si registra una forte (e forse prevedibile) criticità nell’elettorato del M5S. Ma – ed è un fatto significativo – manifesta un atteggiamento più critico e sfiduciato verso l’Europa anche chi si interessa meno delle vicende della politica e ha maturato la decisione di astenersi alle elezioni. C’è insomma una consistente “area grigia” di ostilità all’Ue tra quanti si pongono in misura più accentuata ai margini della vita politica e sociale e vedono di conseguenza le istituzioni comunitarie come lontane, se non ostili. È qui che matura specialmente l’avversione all’euro, la valuta unica del Continente. Che continua a suscitare perplessità. E a cui, a torto o a ragione, vengono addebitati da molti buona parte dei nostri problemi economici. Tanto che se, come abbiamo visto, la fiducia verso l’Ue si è (seppure di poco) accresciuta, quella nei confronti della sua moneta si è andata invece riducendo nel tempo. Al quesito “se fosse indetto un referendum sulla nostra permanenza nell’euro lei voterebbe a favore o contro?” (una domanda del tutto teorica e forse impropria, in quanto una consultazione siffatta, riguardando un trattato internazionale, è improponibile, ma utile a saggiare gli umori della popolazione) la percentuale di voti per il mantenimento dell’euro continua nel tempo a scendere, pur coinvolgendo (per ora) la maggioranza degli intervistati. Era pari al 64% nel 2016 ed è oggi al 55%, corrispondente cioè a poco più di metà del campione (Figura 2).

L’erosione è stata in un anno del 9%, un trend che, se proseguisse nel tempo, rischia di evidenziare nella maggioranza della popolazione il desiderio di abbandonare la moneta unica. Al solito, appaiono più favorevoli nel restare nell’euro i giovani e coloro che esercitano professioni più remunerative. Con, invece, una più accentuata avversione tra gli elettori di Forza Italia (forse influenzati dalla proposta spesso avanzata da Berlusconi di una “doppia moneta”), quelli della Lega e quanti appartengono alla già ricordata “area grigia” dell’astensione, che rimane sfavorevole a tutto ciò che riguarda l’Europa. Ma non bisogna pensare che questa richiesta, sempre più diffusa, di uscire dall’euro comporti anche un desiderio di abbandonare l’Unione europea nel suo insieme. Non è infatti così. Di fronte a un quesito che evoca anche l’uscita dall’Ue (“perché provoca perlopiù svantaggi”), infatti, la grande maggioranza del campione intervistato (quasi i tre quarti, il 72%, ma addirittura l’81% tra i più giovani), dichiara di volerne conservare l’appartenenza (Figura 3).

È vero che permangono aree relativamente vaste aree di scetticismo nell’elettorato di Forza Italia, della Lega e del M5S. Ma anche in questi ambiti politici la maggioranza degli intervistati dichiara di volere proseguire l’esperienza. E anche molti di quanti avevano propugnato in precedenza l’abbandono dell’euro affermano comunque di desiderare che l’Italia resti nelle istituzioni europee. Insomma, l’Europa gode ancora del consenso della popolazione del nostro Paese. Non tanto l’euro dunque, quanto il complesso delle istituzioni comunitarie, a patto, però, che intraprendano la strada del rinnovamento e di una maggiore “vicinanza” ai cittadini.

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