LE PERSONE AL CENTRO

Jobs Act e mercato del lavoro: un bilancio in attivo

Il Jobs Act non reinventa il mercato del lavoro, ma lo migliora decisamente. Si è inoltre ridata centralità ai contratti a tempo indeterminato, che rappresentano l’ossatura fondamentale del rapporto di lavoro, rendendoli meno vincolanti e immodificabili, col risultato di farli tornare attrattivi per le imprese, anche attraverso iniziative di decontribuzione, estremamente utili per far ripartire l’occupazione. I numeri riscontrati delle assunzioni e degli occupati in questi primi 2 anni di applicazione delle nuove norme sono stati confortanti. Altro aspetto estremamente importante è che si è dato spazio agli strumenti di flessibilità migliori, riducendo le tipologie contrattuali meno qualitative in modo da perseguire la flessibilità, così importante per le imprese, senza trasformarla in precarizzazione del lavoro. Lo smart regulation index elaborato l’anno scorso dalla World Employment Confederation (l’associazione mondiale delle Agenzie per il lavoro) insieme a Boston Consulting Group pone oggi il sistema regolatorio italiano del lavoro tramite agenzia al secondo posto al mondo, appena dietro l’Olanda. Anche qui il percorso va dunque nella giusta direzione, nel rendere più attrattivo e più utilizzato il lavoro da un lato e dall’altra parte nell’offrire opportunità non precarizzanti per i lavoratori. Più lenta si è rivelata l’attuazione delle politiche attive del lavoro come nuovo paradigma di protezione del lavoratore, superando il modello imperniato su quelle passive, basate su ammortizzatori sociali durevoli. Un passo avanti è stato la creazione dell’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro (ANPAL), al fine di ovviare all’andamento a geometria variabile sperimentato negli ultimi 16 anni di federalismo regionale che, se da un lato ha prodotto nella Regione Lombardia un caso di eccellenza riconosciuta a livello europeo in tema di servizi al lavoro, dall’altro, proprio per la mancanza di un raccordo centrale, ha lasciato soli i cittadini di molte Regioni, senza punti di riferimento in grado di supportarli nel momento del bisogno occupazionale. Volendo guardare al bicchiere mezzo pieno, vi è da dire che i punti salienti dell’esperienza della Regione Lombardia sono stati presi come riferimento nazionale per il disegno unitario delle politiche attive del lavoro, tramite l’istituzione dell’assegno di ricollocazione: un voucher individuale, di entità variabile a seconda sia del grado di occupabilità della persona, sia delle opportunità offerte dal territorio di residenza per remunerare, prevalentemente a risultato occupazionale raggiunto, le agenzie per il lavoro private o i centri per l’impiego pubblici cui i lavoratori disoccupati e percettori della Naspi da almeno 4 mesi si rivolgeranno, scegliendo liberamente, per essere supportati nella ricerca di una nuova occupazione. Nella prima settimana dello scorso mese di marzo, con l’invio di circa 25.000 lettere ad altrettanti disoccupati rientranti nel perimetro degli aventi diritto, è partita la fase sperimentale dell’implementazione dell’assegno di ricollocazione. Dopo un mese (solo) 600 lavoratori si sono attivati per richiederlo e iniziare così il percorso strutturato di reinserimento nel mercato del lavoro. Probabilmente il fatto che tale opzione possa essere esercitata senza la previsione di un tempo limite, ma bensì per tutto il perdurare residuo della Naspi (24 mesi), unitamente alla volontarietà di attivazione di questa misura da parte del disoccupato, non faranno esplodere il numero delle adesioni. È evidente che, se gli esiti della sperimentazione continueranno su questo registro, il fallimento sarà incontrovertibile e siccome non vorremmo che si facesse strada, come nel caso dei voucher, la tentazione di rimettere tutto nel cassetto per ritornare al buon vecchio assistenzialismo, abolendo un altro pezzo fondamentale del Jobs Act, sarebbe bene correggere in corsa le regole prima che sia troppo tardi.

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