Il capitalismo contro se stesso?

La domanda che si pone a oggetto degli articoli della sezione speciale di questo numero è di quelle che fanno riflettere: gli investitori fanno male al business? La risposta superficiale è: folle, come possono far male al business se sono proprio gli investitori e i loro capitali a rendere possibile l’attività economica delle imprese? Se fossimo ai tempi di McCarthy qualcuno insinuerebbe il sospetto che da tempio del capitalismo la Harvard Business School e la sua espressione mediatica, cioè la Harvard Business Review, cioè noi, si siano trasformate in polo di utopisti rivoluzionari e scarsamente scientifici, preda di fautori di un socialismo rivisitato e basato sulla critica del profitto e della stessa logica d’impresa. Ma siamo nel 2014 e non c’è McCarthy e la scuola resta un centro di studio sui processi dell’economia d’impresa e la rivista lo strumento col quale questi studi vengono proposti al mondo. E allora?

Allora la logica sottostante agli articoli di questo numero riflette una riflessione da molti sollecitata e da pochi realizzata. L’economia di mercato sembra incapace di risollevarsi dall’ultima crisi, le imprese arrancano, gli investimenti languono nonostante la colossale liquidità esistente, i mercati finanziari riflettono la situazione con una volatilità inquietante, e i dirigenti delle imprese, soprattutto quotate ma non necessariamente tali, inseguono una remunerazione del capitale tale da soddisfare prima di tutto i mercati finanziari (gli investitori, appunto, dentro e fuori l’azienda) e solo in secondo piano le esigenze di crescita nel lungo periodo delle aziende stesse.

Le analisi e le critiche degli autori degli articoli non sono né accademiche né fini a se stesse, ma sono indirizzate a sollecitare urgenti riflessioni e azioni, con l’indicazione di soluzioni costruttive. In primo luogo l’analisi di Christensen e van Bever, secondo i quali le imprese e i loro dirigenti stanno compiendo errori gravissimi e fondamentali con il privilegiare politiche e innovazioni che puntano a massimizzare l’efficienza nell’utilizzo del capitale (dunque, con una logica del breve termine) invece che a creare nuovi mercati e più posti di lavoro (dunque, con l’attenzione rivolta allo sviluppo a lungo termine). In questo la pressione degli investitori (in realtà, un insieme formato da analisti finanziari, mercati finanziari e investitori istituzionali ma anche individuali) è se non preponderante, sicuramente estremamente condizionante. Ma, dicono gli autori, l’obiettivo stesso di massimizzare il ritorno per gli azionisti è contraddetto dalle pratiche in essere, perché nella realtà contemporanea non è più vero che il fattore di scarsità sia costituito dal capitale, oggi abbondantissimo dato il predominio del settore finanziario rispetto all’economia reale. In questo senso, il capitalismo gioca contro se stesso, e sembra non rendersene conto.

A Christensen e van Bever fa eco Gautam Mukunda della Harvard Business School, molto meno timido degli altri nel puntare il dito accusatore contro la finanza. In sintesi, Mukunda dichiara che a partire dagli anni Ottanta, specialmente in America, il settore finanziario ha accumulato un enorme potere, di cui si serve spregiudicatamente per influenzare le scelte del Governo e per costringere i manager delle imprese a fare scelte dannose per il benessere delle aziende stesse e dell’intera società. In pratica, i manager non sanno opporsi alle pretese del mondo della finanza in termini di ritorni finanziari e valore delle azioni, per cui finiscono col chinare il capo e perseguire scelte di breve respiro trascurando spesso quelle che potrebbero assicurare una redditività probabilmente inferiore ma più stabile nel tempo, con benefici ripartiti per tutti gli stakeholder.

Superficialità, estremismo, eccesso di semplificazione? Quanto delle accuse alla Mukunda sono fondate, quanto riflettono un travisamento dei ruoli di banche e istituzioni finanziarie, per non parlare dei mercati finanziari stessi, nell’economia capitalista contemporanea? Marx gongola? Keynes sorride mentre Friedman digrigna i denti e si rivolta nella tomba? Lo stimolo è potente e non occorre prendere posizione, ma certamente riflettere, questo sì. Nel terzo articolo della sezione, l’ex CEO di IBM Sam Palmisano butta acqua sul fuoco: molte responsabilità attribuite ai mercati finanziari e ai loro protagonisti sono poco fondate, mentre è spesso responsabilità dei dirigenti delle imprese non saper gestire correttamente i rapporti con il mondo della finanza che, tutto sommato, fa il suo mestiere anche se non di rado con deviazioni ed eccessi. Gestire correttamente significa anche saper dialogare efficacemente con gli investitori, spiegando adeguatamente programmi e prospettive delle aziende in cui mettono i loro capitali. Riflessioni, quelle di Palmisano, certamente ragionevoli, ma che certo non metteranno a tacere le critiche oggi sempre più diffuse alla finanziarizzazione dell’economia e al predominio della finanza sull’economia e sulle imprese.

 

 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 2500

Temi più seguiti

Partner center