gennaio-febbraio 2018

Non solo business

Non solo business

Qual è il compito di un leader d’impresa, preoccuparsi di massimizzare fatturato e profitti, privilegiare la creazione di valore per gli azionisti, soddisfare le attese dei mercati e degli analisti forzando gli utili nel breve per spingere il valore azionario? O creare valore per i portatori di interessi diversi, dai dipendenti ai clienti e dalle comunità territoriali all’ambiente, sviluppare strategie per il lungo periodo, privilegiare le opzioni migliori per la clientela, bilanciare gli obiettivi di sostenibilità economica ma anche sociale e ambientale?
Di questi temi si discute da molto tempo, con concetti e terminologie che mutano negli anni, anche se alla fine la sostanza è più o meno sempre la stessa. Molti manager, e le aziende che rappresentano, ritengono che sia loro dovere il primo set di obiettivi, ossia fare molti utili e far crescere la società per cui lavorano, perché così si predispongono le risorse per investire e quindi creare occupazione e benessere. Molto in là non solo non è opportuno andare, ma in fondo nemmeno giusto. Non sono le aziende, e i loro leader, ma i Governi e le altre istituzioni pubbliche a doversi fare carico dei problemi della società.
Molti altri manager la vedono in modo molto diverso, e ritengono che sia un preciso dovere loro e delle loro aziende farsi carico di creare valore condiviso, come direbbe Porter, e dunque praticare responsabilità sociale in tutte le direzioni possibili, includendo territori, dipendenti, clienti e fornitori, ambiente e squilibri sociali. In questo modo, argomentano, non solo non si sacrificano gli obiettivi economici dell’azienda, ma si rafforzano, perché la domanda della società è ormai indirizzata in questa direzione e solo interpretandola correttamente si può garantire la sostenibilità nel lungo termine dell’impresa.
I lettori di HBR sanno che su questa rivista queste problematiche sono molto frequentemente analizzate e che ormai da tempo si è preso a seguire con continuità e coerenza la strada del pieno inserimento del mondo delle imprese come attore primario degli obiettivi della società allargata. In diverse parti di questo numero si torna sull’argomento, anche con prospettive nuove. L’articolo di Chatterji e Toffel, per esempio, introduce la questione dei “CEO attivisti”, intendendo con questa espressione quei leader che non si limitano a gestire bene la loro impresa, ma sentono il dovere di essere presenti, con tutto il peso del loro prestigio, anche nelle vicende politiche e sociali più importanti. Per esempio, molti manager americani hanno preso posizione pro o contro le politiche di Trump, altri si sono espressi sulle scelte relative al climate change, in genere per invocare un maggiore impegno in difesa dell’ambiente, meno spesso per affermare il contrario, e via dicendo.
Fanno bene? Fanno male? Questo attivismo è assai più diffuso negli Usa che non in Europa, e un po’ più in Europa che in Italia, dove i leader delle imprese si tengono di norma accuratamente lontani dalle più controverse questioni politico-sociali. In ogni caso, sostengono gli autori dell’articolo, se si decide di essere presenti occorre avere una netta consapevolezza delle conseguenze, che possono essere più o meno positive, perché una parte della società può apprezzare il loro impegno, o anche decisamente negative.
In un altro articolo, Kaplan, Serafeim e Tugendhat sollevano una questione non dissimile. La loro constatazione è che le grandi corporation, e più in generale il capitalismo di mercato, hanno fatto molto negli ultimi decenni per generare uno sviluppo che ha beneficiato miliardi di persone. Ma quella che passa sotto il nome di globalizzazione ha anche prodotto due effetti indesiderati, quello di lasciare indietro aree e Paesi meno fortunati e quello di non contribuire a ridurre le diseguaglianze. C’è dunque da chiedersi se le singole aziende, per quanto grandi e potenti, possano operare diversamente, e se si possano impostare ampi progetti di inclusione sociale nelle strategie d’impresa.
Sono temi importanti che vanno a toccare corde sensibili a livello politico e sociale, ma che non solo non vanno trascurati, ma vanno ben compresi e, se esiste la possibilità, messi in pratica. Infatti, le più recenti indagini sulla reputazione, in Italia e altrove, indicano che vi è una forte aspettativa sociale per un maggiore impegno dei leader aziendali, dai quali ci si aspetta un crescente contributo alla risoluzione di molti problemi economico-sociali.

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