SISTEMA MONDO

L'ottimismo per il 2018 è un segnale di...pericolo?

L’economia globale sta entrando nel 2018 in uno stato di ottimismo diffuso. La ripresa attuale è caratterizzata da un elevato livello di sincronizzazione tra le varie aree del pianeta. Allo stesso tempo, non appaiono esserci (o almeno non sono percepiti) rischi che combinino una alta probabilità di accadimento con una profondità di impatto economico o finanziario. Sono quattro i motivi fondamentali di ottimismo: 1) significativa ripresa del commercio mondiale; 2) inflazione molto contenuta e conseguenti condizioni monetarie accomodanti; 3) crescita sostenuta nei Paesi emergenti; 4) resilienza dell’economia all’incertezza politica. La forza della crescita del commercio mondiale è stata uno dei principali motori della ripresa globale di quest’anno. Secondo analisi di Oxford Economics, la Cina ha contribuito direttamente e indirettamente a oltre il 50% dell’accelerazione del commercio mondiale nella prima metà del 2017. Negli ultimi mesi, però, si sono registrati segnali di un aumento del commercio estero anche in altre regioni, inclusa l’area euro, per cui anche una crescita più debole delle importazioni cinesi non innescherebbe un rallentamento sostanziale della crescita del commercio mondiale. I Paesi asiatici, in primis Cina e India ma anche la maggior parte dei Paesi del sud-Est asiatico, mantengono ritmi di espansione invidiabili, tra il 5% e il 7%. L’economia dell’Eurozona continua a mostrare fondamentali robusti, incluso un importante miglioramento del settore bancario e della disponibilità di credito; ma le principali buone notizie per l’area euro vengono dagli indicatori di fiducia, ai massimi da oltre dieci anni, e dalla solidità degli investimenti, nonostante le incertezze politiche che continuano a caratterizzare Paesi importanti come la Germania e la stessa Italia. Negli Stati Uniti, la tanto attesa riforma fiscale (per ora finanziata in deficit) sta per materializzarsi in un taglio delle tasse stimato in circa 1,5 trilioni di dollari in dieci anni, con un significativo impatto sul 2018. I prezzi delle commodity e del petrolio seguono una traiettoria al rialzo che, senza creare problemi inflattivi globali, consente alle economie dei Paesi esportatori di migliorare i propri bilanci, sia commerciali che di finanza pubblica. Su queste basi, per il 2018 è prevedibile un’ulteriore accelerazione della crescita del PIL mondiale, con una ripresa al 3,2%. A fronte di tali elementi positivi, alcuni fattori di instabilità potrebbero manifestare il loro impatto negativo nel corso del 2018. Tra questi vanno annoverate le attuali elevate valutazioni dei prezzi di molti asset e il conseguente potenziale crollo delle valutazioni, in particolare di quelle azionarie USA; ma il sostegno alla domanda interna e ai profitti proveniente dal taglio delle tasse dovrebbe riflettersi positivamente sulle trimestrali del 2018 e spostare l’eventuale rischio sugli anni successivi. Un altro fattore di rischio è costituito dall’aumento vertiginoso del debito di alcuni mercati emergenti, e in particolare delle imprese non-finanziarie in Cina; tuttavia, data la bontà dei fondamentali dell’economia cinese, le autorità monetarie e fiscali cinesi hanno lo spazio per intervenire con manovre espansive – il rischio ne risulta quindi ridotto, anche se da monitorare. Al netto di crisi geopolitiche, l’elemento scatenante di una possibile correzione già nel 2018 potrebbe essere una normalizzazione aggressiva della politica monetaria, con effetti moltiplicativi laddove tale aggressività fosse adottata in più Paesi. Come detto, le pressioni inflazionistiche sembrano destinate a crescere solo lentamente e quindi è da attendersi che le banche centrali saranno caute sul rallentamento delle politiche monetarie espansive e/o sul ridimensionamento dei loro balance sheet. Come ci insegna la storia economica degli ultimi due secoli, paradossalmente è proprio in questi momenti di floridità che i Governi e le istituzioni finiscono per gettare le basi per le crisi future. L’allentamento della regolamentazione del settore bancario e finanziario promesso da Trump in campagna elettorale e nei confronti del quale il futuro presidente della Fed Jerome Powell è finora stato reticente potrebbero essere l’ennesimo esempio di errore dovuto alla illusione che “stavolta sia diverso”…

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