LE PERSONE AL CENTRO

Il ruolo in evoluzione del direttore del personale

10 Gennaio 2018

C’era una volta il direttore del personale. Un po’ controllore e custode della disciplina, regista contabile e longa manus del “padrone”, spesso con un passato nelle Forze dell’Ordine, minuzioso amministratore e temuto tagliatore dei costi. Preistoria. «Oggi più che mai la figura dell’HR è quella che si è più radicalmente trasformata all’interno delle organizzazioni, a partire dal nome, per arrivare a una complessità di ruoli e competenze che identificano l’HR Director come cruciale agente del cambiamento», osserva infatti Andrea Orlandini, vicepresidente nazionale di AIDP (Associazione Italiana per la Direzione del Personale). Una professione che cambia in un mondo aziendale che cambia, dove gran parte dei parametri che una volta erano saldi e consolidati – ruoli, orari, modalità lavorative, carriere, relazioni industriali, location, mobilità, comunicazione – sono stati modificati, scombinati, riposizionati, se non addirittura travolti. Un osservatorio imparziale Un osservatorio privilegiato e imparziale per confermare lo tsunami che ha colpito negli ultimi anni l’universo del mondo del lavoro e, di conseguenza, anche l’ambito delle Risorse Umane, è quello di Top Employers Institute, ente di certificazione globale che analizza e valuta le eccellenze aziendali HR di oltre 1200 aziende in tutto il mondo e che dal 2008 è presente in Italia, e rilascia ogni anno la Certificazione Top Employers alle aziende che raggiungono gli alti standard richiesti. «In 10 anni di analisi e certificazioni abbiamo potuto constatare non solo se e quanto si siano modificate priorità, valori e percezioni all’interno delle aziende, ma soprattutto quanto sia cresciuta la consapevolezza sull’importanza del ruolo HR e di tutte le strategie a esso correlate, che vanno dall’on-boarding all’employer branding, alla comunicazione, al brand reputation oltre a una nuova modalità di gestione delle persone. E quanto sia cresciuto il desiderio di confrontarsi e vedere riconosciuti gli sforzi e l’impegno per l’attuazione di una migliore e proattiva politica di gestione HR», osserva Massimo Begelle, Deputy Country Manager Italia di Top Employers Institute. E le cifre gli danno ragione, a guardare l’incremento di oltre il 300% di aziende che hanno ottenuto la Certificazione Top Employers nel corso di 10 anni. «Erano 28 le aziende certificate dieci anni fa, nel 2017 sono state 79 e le proiezioni per il 2018 parlano di una cifra attorno alle 90», puntualizza Davide Banterla, Senior Project Manager Italia di Top Employers Institute. Valori che restano, priorità che cambiano All’interno di questo panorama di grande trasformazione si assiste, però, anche a un “nocciolo duro” di valori che rimangono tra i più significativi e considerati, anche se la percezione delle loro priorità ha subito qualche modifica nel corso degli anni. «Se andiamo ad analizzare le prime tre priorità segnalate dalle aziende nel 2008, troviamo al primo posto il Recruiting, seguito dallo Sviluppo della Leadership e, in terza posizione, il Cambiamento culturale. Dieci anni dopo, la prima priorità segnalata è la Strategia dei Talenti, al secondo posto c’è sempre lo Sviluppo della Leadership e in terza posizione troviamo il Cambio organizzativo», analizza Massimo Begelle. Una conferma, quindi, dei “valori forti” che restano, anche se declinati con ovvi cambiamenti. «Un esempio lampante è la gestione dei talenti, che dieci anni fa compariva al 4° posto e oggi non solo è al primo, ma ha anche cambiato nome, diventando non a caso Strategia dei Talenti. Un punto chiave a livello competitivo in un mercato sempre più mobile e fluido: bisogna non solo attrarre le persone, ma anche riuscire a farle restare; da qui la necessità di implementare strategie puntuali e mirate, andando a interagire anche con lo Sviluppo della Leadership e con il Cambio organizzativo, che mantengono inalterate le loro posizioni, dieci anni fa come oggi», fa notare Banterla. Quello che cambia è piuttosto la modalità della gestione, e anche la sua stessa definizione. «Una volta le persone erano “First”, il che sottintendeva comunque un senso di classifica, mentre oggi le persone sono al “centro”, ovvero tutti hanno l’attenzione di tutti; così come una volta l’on-boarding non esisteva: ancora due anni fa era al 20° posto nelle priorità aziendali e in un solo anno ha guadagnato 6 punti in classifica, posizionandosi nel 2017 al 14° posto e trasformandosi da frettolosa presentazione in azienda in percorso di formazione strutturato che prosegue per mesi e arriva anche a un anno; oppure il Recruiting di dieci anni fa, oggi radicalmente trasformato in Talent Acquisition, ovvero un’armonizzazione tra la selezione e l’ingresso in azienda», commenta ancora Banterla. Cambiare ma non distruggere La sfida vincente, dunque, è cambiare, ma non distruggere, come conferma Arnaldo Ghiretti, HR Director di Chiesi Farmaceutici, azienda certificata Top Employers fin dalla prima edizione, dieci anni fa, e che ogni anno riconferma la propria eccellenza HR. «L’HR da sempre è un attore del cambiamento, e gioca la sua credibilità proprio sull’abilità nel favorirlo, supportarlo e realizzarlo; la sfida è garantire il cambiamento conservando equilibrio nello sviluppo dell’organizzazione: non è necessario essere disruptive per generare innovazione, è necessario governare le diversità e gli stimoli che queste generano. Un cambiamento che si presenta anche sotto forma di tecnologia e digitalizzazione e significa, tra l’altro, far fronte a un sistema di relazioni diverso, finalizzato a una gestione di rapporti sempre più a distanza, dove le tecnologie sono un mezzo di trasmissione che aumenterà ancor di più la rapidità di connessione, ma anche l’efficacia delle relazioni e l’efficacia delle decisioni prese. Quello che invece non è cambiato e non cambierà in futuro è che per garantire il successo dell’impresa e restare Top Employer sono necessarie persone competenti e il direttore HR deve avere sempre ben chiaro come averle all’interno della propria organizzazione». Un cambiamento che ha avuto effetti clamorosi nell’ambito del welfare aziendale, dove, da un lato, l’azienda colma un gap di offerte assistenziali, con strumenti che vanno dalle polizze assicurative a una sempre maggior attenzione al benessere e, dall’altro, pone sempre di più l’accento sul benessere delle persone e sulle necessità dei dipendenti, come testimonia Stefano Zangara, HR Director di Abbott, altra azienda storicamente certificata Top Employers fin dalla prima edizione: «Negli ultimi anni abbiamo deciso di puntare su progetti ispirati a principi di sostenibilità ambientale e sociale, ottimizzazione dei costi e migliore qualità di vita per i dipendenti. Oggi con l’Employment Offering poniamo al centro la persona e la necessità di conciliare vita e lavoro, con un occhio rivolto al futuro, per attrarre e trattenere i talenti di domani. È importante misurare i risultati ottenuti, condividere pratiche e idee attraverso strumenti di misurazione come Top Employer, cui partecipiamo da ormai 10 anni». Le sfide di domani Un domani che presenta sfide all’insegna del continuo cambiamento; di una tecnologia che sta già trasformando il modo e i luoghi del lavoro, con il progressivo affermarsi dello smart working; di un ruolo HR sempre più complesso e partner di business; di una trasparenza aziendale che inizia dall’on-boarding, transita dall’engagement e da una employee value proposition cristallina per approdare al total reward statement minuzioso e dettagliato; da una leadership sempre più pervasiva e condivisa, per arrivare a una sempre maggiore globalizzazione e condivisione di best practice nel nome del benessere organizzativo. Uno sviluppo continuo e ininterrotto che aiuti le persone a stare meglio nella forte convinzione che lo sviluppo e il benessere personale si traducano, in ultima analisi, anche in crescita aziendale.

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