DIRITTO & IMPRESA

Stati canaglia: è l'ora della punizione

La condanna a danni esemplari di Stati e organizzazioni terroristiche da Iran a Hezbollah, da Al Qaeda all’Isis 

Sono passati solo pochi giorni delle morti di Las Vegas che già gli avvocati delle vittime iniziano ad avviare azioni per danni contro la società di gestione dell’hotel Mandala Bay. Per chi conosce il sistema risarcitorio nordamericano è facile pronosticare risarcimenti miliardari, mercé l’irrogazione dei cosiddetti danni punitivi che i giudici americani probabilmente concederanno ai familiari delle vittime. Se solo il capo della security dell'hotel avesse dato retta a un suo collaboratore, il quale per caso al 42º piano dell'albergo aveva udito il primo di migliaia di colpi di mitragliatrice. O ancora, se gli addetti alle pulizie avessero dato un’occhiata furtiva nella stanza del folle che per cinque giorni si era rinchiuso nella suite e aveva esposto sulla maniglia della porta please do not disturb, circostanza questa di certo tale da meritare più attenzione. Tutto ciò è forse sufficiente in USA per ottenere una condanna esemplare della società di gestione dell’albergo, anche se un gruzzolo di (tanti) dollari è sicuramente poca roba paragonato a una vita umana ingiustamente spezzata.
I danni punitivi estranei all’esperienza italiana e di gran parte dei Paesi di civil law in Europa hanno la duplice funzione di ripristinare il patrimonio della vittima, ma servono essenzialmente a indurre le imprese ad adottare tutte le misure necessarie a evitare quanto più sia possibile i danni. Hanno funzione deterrente, ma servono anche a educare l’impresa a cercare ogni strumento idoneo perché il danno non si produca di nuovo. È così che si sono evoluti i sistemi di sicurezza, gli standard di protezione nel nucleare. Ed è così che la ricerca scientifica è stata finanziata per la finalità ultima di tutelare i cittadini.
Se dal particolare di una vicenda dolorosa, che si ripete con una frequenza frastornante negli Stati Uniti, si volge l’attenzione ai sistemi di gestione e di allocazione del rischio si nota come, all’interno di un’impresa, questi vengano sempre migliorati con il passar del tempo. La società americana e il rapporto tra impresa e consumatore si sono evoluti attraverso ristori patrimoniali, deterrenza e pene private. Attraverso il ricorso vieppiù frequente al sistema risarcitorio penalizzante. Si sposta l'attenzione dal ristoro del danneggiato, attraverso il recupero dell’originaria condizione patrimoniale, alla punizione di chi il danno lo ha cagionato o non l’ha impedito. In altre parole, si rinforza il principio di una cultura omogenea dove chi sbaglia paga, ma paga più di quanto l'errore sia costato alla vittima del danno.
Se provassimo a immaginare un sistema privatistico simile mutuato dall'esperienza delle corti americane da applicare invece a carico degli Stati cosiddetti “canaglia”, cioè a quegli Stati da cui partono i fighter per commettere stragi e omicidi di massa, quali sarebbero gli effetti? Il termine tecnico non è proprio Stato-canaglia, ma la stampa ci ha abituati a capire di chi si tratta. Sono gli Stati sponsor del terrorismo, così definiti negli Stati Uniti ai sensi della sezione 6(j) dell’Export Administration Act, della sezione 40 dell’Arms Export Control Act e della sezione 620A del Foreign Assistance Act, quali Iran, Afghanistan, Siria, Sudan, Somalia, Corea del Nord e altri per indicare quegli Stati che ospitano, finanziano, incoraggiano, o anche solo non sanzionano o non impediscono, operazioni di terrorismo internazionale. Stati con i quali le nostre imprese fanno normalmente affari direttamente o intrattengono rapporti commerciali con imprese di quei Paesi. Prima (ahimé, durante, per via di triangolazioni) e dopo l’embargo. Ma si dà il caso che molti di questi Paesi non abbiano una forma di governo democratico e che le relative imprese altro non siano che propaggini dello Stato stesso o enti pubblici facenti capo all’organizzazione statale.
Basti pensare alle società petrolifere, immobiliari, aeronautiche, energetiche controllate direttamente dagli Stati. Compagnie aeree i cui aeromobili (apprendiamo dalle prove dedotte nei giudizi americani) attendono sulla pista che i terroristi abbiamo ultimato i loro massacri per poi riportarli in patria o, come si legge in alcune sentenze dei giudici americani, nel cosiddetto safe heaven. Società private come quelle al soldo dei guardiani della rivoluzione acquistavano agli inizi del 2001 un simulatore di volo per la guida di un Boeing 757 nonostante, come noto, le compagnie aeree di quel Paese non abbiano mai avuto nella flotta aerea Boeing per via dell'embargo. Solo per inciso, i terroristi dell’11 settembre si impossessarono proprio di aeromobili Boeing 757 per dirottarli contro le Torri Gemelle e le mura del Pentagono.
Basti ripensare a quando i giudici nordamericani accertarono per tabula che cinque dei nove terroristi autori degli attentati dell’11 settembre viaggiavano spensierati da e per l'Iran senza che le guardie di frontiera apponessero alcun visto sui loro passaporti sauditi, che altrimenti sarebbero stati immediatamente ritirati. O ricordare che la famiglia di Bin Laden risieda tutt’oggi in Iran. E mentre i Paesi occidentali fanno affari con questi Stati e le loro imprese, si commemorano gli eventi del terrorismo a cui nel frattempo se ne sono aggiunti in misura esponenziale tanti altri, ora in quasi tutti i Paesi dell'Europa.
Di recente una corte distrettuale di New York ha condannato l'Iran e numerose società controllate dallo Stato a pagare danni punitivi in favore di numerosi eredi delle vittime degli attentati alle Torri Gemelle. E non la prima di queste condanne. Ciò che è interessante è che anche in Europa, in Lussemburgo, la condanna è giunta sub judice e, almeno in primo grado, i giudici hanno dato ragione agli eredi delle vittime. Quanto valga effettivamente una vita spezzata non è dato valutarlo se non attraverso parametri freddamente oggettivi. Forse sarebbe più facile calcolare quanto varrebbe la forza di uno Stato sponsor del terrorismo se il sistema di pena privata nordamericano trovasse ingresso nel risarcire danni cagionati da atti di terrorismo. Ciò soprattutto una volta constatata l'inutilità degli embarghi.
A tal proposito, si è visto che questa sanzione ha scarso effetto in un Paese in cui non c’è democrazia per un motivo assai semplice: quando diretto verso le dittature, la funzione ultima dell’embargo è di favorire un movimento di reazione; ma se gli Stati reprimono con la violenza il dissenso e non esiste alternanza politica ecco che l’embargo non ha (e non ha mai avuto) nella storia il risultato sperato di rovesciare regimi.
Ciò che la comunità internazionale non può fare sotto il profilo pubblicistico talvolta può essere perseguito attraverso la sanzione privatistica nei confronti delle imprese appartenenti a quegli Stati che hanno ospitato e organizzato, attraverso le loro strutture, operazioni di terrorismo in giro per il mondo. Sotto il profilo pubblicistico si assiste a un tentativo lento e talvolta sofferto di emanare direttive e convenzioni che favoriscano l’applicazione di pene private. Lo si fa riducendo la sovereign immunity, cioè l’esenzione da responsabilità civile per gli atti commessi da un Stato. Da secoli gli Stati nel diritto pubblico internazionale godono di sovranità assoluta e, salvo che in caso di guerra, i loro beni o quelli di società da loro controllate non possono essere oggetto di pignoramento o esecuzione. Ma prima con la Convenzione ONU sulla parificazione degli atti di guerra agli atti di terrorismo e poi con le elaborazioni giurisprudenziali della Corte di Giustizia UE, della nostra Corte Costituizionale e della Corte di Cassazione sembrerebbe che ormai si stia avviando un processo volto a negare la dignità dell’immunità degli Stati esteri dalla giurisdizione civile per gli atti compiuti nell'esercizio di poteri sovrani. Principio originariamente riconosciuto dal diritto internazionale consuetudinario, il quale però non può valere a escludere l'accesso alla giurisdizione di fronte ai giudici italiani in relazione ad azioni derivanti da crimini di guerra o contro l'umanità, lesivi di diritti della persona umana, poiché si tratta di un principio che qualifica il nostro sistema costituzionale, saldamente ancorato alla tutela della dignità umana e dei diritti inviolabili, e ai principi di pace e giustizia nelle relazioni internazionali. Pertanto, allo Stato convenuto non è applicabile il principio di immunità giurisdizionale laddove il risarcimento del danno sia stato chiesto e accordato a seguito di un fatto terroristico annoverabile tra i crimini internazionali commessi in violazione di diritti inviolabili dell'uomo.
In Lussemburgo, anche se solo in primo grado, per la prima volta un giudice di un Paese europeo, consente l’esecuzione di una sentenza nordamericana contro l’Iran e alcune sue società di Stato, oltre ad altri ritenuti corresponsabili sulla base delle prove raccolte nella sentenza americana degli attentati alle Torri Gemelle. In tal caso la responsabilità viene estesa a uno Stato, l’Iran, di certo a maggioranza sciita e non sunnita come erano gli attentatori, ma pur sempre fedele al brocardo per cui i nemici dei miei nemici sono miei amici.
Di certo, in periodi di incertezza e di tensione, in un’Europa da tempo martoriata da attentati terroristici, occorrerà ricercare mezzi legali per sanzionare in modo efficiente e per scoraggiare l’appoggio a un terrorismo che, si è visto, non può che vivere della luce riflessa degli Stati amici.


Roberto Cornetta è avvocato e docente LIUC.

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