Letture intelligenti

Chi controlla l'internet?

Nel 1986, Stephen Wolff accettò un oscuro incarico dal governo degli Stati Uniti: direttore di divisione per il networking alla National Science Foundation. Questo significava che Wolff era effettivamente a capo di Internet, all'epoca una piattaforma attraverso cui gli accademici potevano scambiarsi messaggi e file. Nel giro di pochi anni, però, Wolff si rese conto che se avesse fatto bene il proprio lavoro lo avrebbe automaticamente perso. Capì che, prima o poi, la rete che stava presidiando avrebbe potuto e dovuto diventare aperta a tutti, trasformandosi così in qualcosa di troppo grande e complesso per essere gestito da una sola persona o da una sola agenzia. Wolff aveva ragione. Come racconta Shane Greenstein della Harvard Business School nella sua dettagliata storia How the Internet Became Commercial, la decentralizzazione del controllo di questa risorsa ha portato a uno dei periodi più significativi in assoluto in termini di innovazione tecnologica ed economica.

Pensate al browser Mosaic, creato all'Università dell'Illinois di Urbana-Champaign con un contributo dell'NSF, a partire da una tecnologia sviluppata in un laboratorio di fisica in Svizzera (il Cern), commercializzato da una startup della Silicon Valley (Netscape) e infine venduto a un'azienda tecnologica che esisteva da vent'anni (Microsoft). Questa è quella che Greenstein chiama innovazione "che pare arrivare dai margini della rete", non portata avanti da una "singola organizzazione, strutturata gerarchicamente e con un obiettivo specifico" (come invece avevano previsto scrittori di fantascienza come Arthur C. Clarke, l'inventore del computer Hal in 2001, odissea nello spazio), bensì generata da un'attività diffusa, cumulativa, imprevedibile, resa possibile da leggi, norme e decisioni istituzionali lungimiranti.

Laddove Greenstein analizza il passato, gli autori di vari altri libri stanno guardando avanti, cercando di immaginare quale sarà il futuro della rete nel momento in cui sta diventando onnipresente nelle nostre vite. The Inevitable di Kevin Kelly, co-creatore di Wired, offre una prospettiva futurista; The Third Wave, di Steve Case, co-fondatore di AOL, ci dà il punto di vista di un imprenditore; The Industries of the Future di Alec Ross, ex membro del Dipartimento di Stato, ci mostra quello di un politico.

Questi tre libri hanno molti punti in comune. Tutti descrivono tecnologie sul punto di cambiare la società: apprendimento delle macchine, robotica, realtà virtuale e prodotti connessi, tanto per fare degli esempi. Tutti e tre parlano delle sfide lanciate da questi sviluppi, esprimendo allo stesso tempo la sincera speranza che il loro impatto sarà in larga misura positivo. E tutti prevedono che l'innovazione continuerà ad arrivare "dai margini", anche se ciascun autore attribuisce un significato diverso al concetto.

Kelly, il cui libro è il più vago e speculativo, vede la decentralizzazione come una caratteristica intrinseca del mondo interconnesso. Case considera l'estensione di internet a nuovi settori, parlando della "crescita degli altri", cioè di come secondo lui altre città al di fuori della Silicon Valley arriveranno a dominare specifici ambiti. E Ross prevede un'analoga diversificazione per settore e geografia con una visione ancora più globale: l'accelerazione del mobile banking in Africa, ad esempio, e dei robot in Giappone. Ma cosa succederebbe se il modello decentralizzato descritto da Greenstein non funzionasse? Dopo tutto, l'internet di oggi è dominata chiaramente da quelle che Farhad Manjoo del New York Times chiama le Temibili Cinque: Amazon, Apple, Facebook, Google (ora parte di Alphabet) e Microsoft. Non è forse possibile che queste aziende siano più propense (e meglio posizionate) di quanto non fossero i giganti del passato a difendere il proprio terreno e mantenere un controllo centralizzato?

Per prima cosa, tutte queste realtà possiedono buona parte delle tecnologie considerate fondamentali per innescare una nuova ondata. Facebook ha acquisito una delle aziende leader nel settore della realtà virtuale, Oculus. Alphabet ha assorbito sette diverse aziende che operano nel campo della robotica, assieme a DeepMind, il gruppo che recentemente ha segnato una tappa fondamentale battendo un campione del mondo a una partita di Go. Amazon e Alphabet stanno entrambe sperimentando la consegna con l'utilizzo di droni e, naturalmente, Alphabet sta sviluppando un'auto che si guida da sola.

Un altro vantaggio è rappresentato dai dati. Le Temibili Cinque ne hanno a disposizione tantissimi, ed è proprio questo che serve quando ci si trova a costruire applicazioni basate sull'apprendimento delle macchine. Dato che sono nel business da anni (e da anni raccolgono informazioni su molti clienti), possiedono un vantaggio iniziale enorme, forse insormontabile, in questo campo. Come si chiede anche Ross, «I big data serviranno a centralizzare il business, attirando un numero maggiore di aziende nel campo gravitazionale della Silicon Valley?».

Case ripone la propria fiducia negli imprenditori e nella loro storica capacità di scalzare le aziende che hanno una posizione consolidata. Dopo tutto, AOL a suo tempo sopravvisse agli attacchi di Microsoft; forse le startup di oggi possono fare lo stesso contro le Temibili Cinque. Tuttavia, come lo stesso Case riconosce, la disastrosa fusione di AOL con Time-Warner venne mandata in rovina da decisioni pubbliche che andavano contro l'idea di "open access", consentendo alle compagnie via cavo di discriminare i fornitori di contenuti. «Se non potevamo fare una partnership con una compagnia via cavo - questa era l'idea - forse avremmo dovuto comprarne una», scrive Case.

Questo è solo uno degli esempi di come gli equilibri possono essere alterati da un controllo decentralizzato. Greenstein porta un altro caso, quello della legge antitrust, facendo notare che  anche se la disgregazione di AT&T ha portato a una crescita dello sviluppo tecnologico, le regole di oggi si concentrano tutte su come la concorrenza incide sui prezzi al consumo piuttosto che sul bisogno di prospettive plurali nel processo di innovazione.

Sarebbe una forzatura parlare di Jeff Bezos, Tim Cook, Mark Zuckerberg, Larry Page o Satya Nadella come di coloro che "gestiscono l'internet". Resta il fatto che le aziende guidate da queste persone rappresentano una centralizzazione del potere e ciascuna di esse avrà un peso sproporzionato nel futuro della rete. Anche se il potenziale di innovazione dai margini continua ad esistere, non va dato per scontato.


Walter Frick è redattore della Harvard Business Review.

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