La trappola della sopravvalutazione

Nel 2007 Chuck Prince, allora CEO di Citigroup, fece un famigerato commento sul mercato dei mutui subprime: «Finché dura la musica, bisogna ballare. Noi stiamo ancora ballando». Poco dopo il sistema finanziario crollò e quell’osservazione venne vista come una giustificazione sprezzante dell’eccessiva esposizione al rischio della banca. In questo articolo Martin e Kemper propongono invece un’altra interpretazione: Prince poteva trovarsi con le spalle al muro perché il titolo Citibank era indifendibilmente sopravvalutato. Il solo modo in cui la banca poteva produrre i rendimenti irrealistici che gli azionisti si aspettavano era attraverso attività sempre più rischiose.

La trappola della sopravvalutazione è stata identificata per la prima volta da Michael Jensen: in un articolo del 2005 a proposito della bolla delle dot-com egli evidenzia come spesso colpisca interi settori e come le aziende tendano a opporvi due strategie, investire in tecnologie di grande richiamo (come ha fatto Global Crossing con la fibra ottica) oppure in acquisizioni eclatanti (come nel caso del tracollo di Nortel). E quando le opportunità di investimento cominciano a esaurirsi, per sostenere il proprio capitale sopravvalutato possono ricorrere alla manipolazione finanziaria (si pensi a WorldCom).

Martin e Kemper sottolineano come oggi siano le aziende del settore farmaceutico e petrolifero a trovarsi prigioniere di questa stessa trappola. La loro capitalizzazione azionaria è spettacolare ma la massiccia spesa in ricerca e sviluppo non produce nuovi farmaci così come i sempre maggiori investimenti nella prospezione petrolifera non fanno che aggravare l’eccesso di offerta. Le danze potrebbero essere sul punto di concludersi per entrambe le industrie e i loro leader devono immaginare nuovi e più realistici percorsi di creazione del valore. 

 

Titolo originale: “The Overvaluation Trap”, HBR, December 2015.

 

 

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