Salvare l’Economia dagli economisti

Salvare l’Economia dagli economisti

L’economia così come è presentata nei manuali e insegnata nelle classi non ha molto a che fare con la gestione d’impresa, e ancor meno con l’imprenditorialità. La misura in cui l’economia è isolata dal quotidiano mondo degli affari è straordinaria e deplorevole.

Non era così in passato. Quando nacque la moderna economia, Adam Smith la definì come uno studio su «natura e cause della ricchezza delle nazioni». Il suo fondamentale lavoro La ricchezza delle nazioni venne ampiamente letto dagli uomini d’affari, sebbene Smith li disprezzasse apertamente per la loro avidità, miopia e altri difetti. Il libro inoltre innescò e guidò dibattiti tra i politici sul commercio e altre politiche economiche. La comunità accademica in quei giorni era piuttosto piccola e gli economisti si dovevano rivolgere a un pubblico più vasto. Anche all’inizio del XX secolo Alfred Marshall si adoperò per tenere l’economia nell’ambito «sia di uno studio della ricchezza sia di un ramo degli studi sull’uomo». L’economia restò importante per gli industrialisti.

Nel XX secolo l’economia si consolidò come professione; gli economisti poterono permettersi di scrivere esclusivamente per altri economisti. Nello stesso tempo, il settore sperimentò un cambio di paradigma, identificandosi gradualmente in termini di approccio teorico ai processi economici e rinunciando a pensare all’economia del mondo reale come al proprio oggetto di studi. Oggi, in campo economico il tema della produzione è al margine e il problema centrale è piuttosto quello di un approccio statico all’allocazione delle risorse. Gli strumenti utilizzati dagli economisti per analizzare le imprese sono troppo astratti e speculativi per poter offrire una qualunque guida a imprenditori e manager nella loro costante lotta per portare prodotti nuovi a basso costo ai consumatori.

Questa separazione dell’economia dall’operare economico ha fortemente danneggiato sia la business community sia la disciplina accademica. Dato che l’economia offre ben poco in termini di comprensione pratica, nel business i manager e gli imprenditori dipendono dal loro acume, dal loro giudizio personale e dalle misurazioni a spanne per prendere decisioni. In tempi di crisi, quando i leader delle imprese perdono fiducia in se stessi, guardano spesso al potere politico perché riempia i vuoti. Il Governo è visto sempre più spesso come la soluzione definitiva ai problemi economici più difficili, dall’innovazione all’occupazione.

La disciplina economica diventa così uno strumento assai conveniente che lo Stato usa per gestire l’economia, invece di uno strumento cui il pubblico si rivolge per capire come opera l’economia. Ma poiché non è più saldamente inserita in una sistematica indagine empirica sul funzionamento dell’economia, soddisfa raramente tale esigenza. Nel corso della maggior parte della storia del genere umano, le famiglie e le tribù hanno vissuto in prevalenza sulla propria economia di sussistenza; le loro connessioni reciproche e con il mondo esterno erano tenui e intermittenti. Ciò è completamente cambiato con l’avvento della società commerciale. Oggi una moderna economia di mercato con la sua sempre maggiora divisione del lavoro dipende da un’espansione costante della rete degli scambi. Richiede una intricata ragnatela di istituzioni sociali per coordinare il lavoro di mercati e aziende attraverso frontiere di natura diversa. Nel momento in cui la moderna economia diventa crescentemente densa di istituzioni, la riduzione della scienza economica a una teoria dei prezzi diviene inquietante. Per la disciplina è un suicidio scivolare verso una piatta scienza delle scelte, ignorando le influenze della società, della storia, della cultura e della politica sull’operare dell’economia.

È tempo di ricollegare la disciplina economica, così severamente impoverita, all’economia. Le economie di mercato stanno fiorendo in Cina, India, Africa e altrove, e annunciano una nuova era di imprenditorialità e, con essa, delle opportunità senza precedenti per gli economisti perché studino come l’economia di mercato acquisti resilienza in società diverse per cultura, istituzioni e organizzazione. Ma la conoscenza giungerà solo se la disciplina economica potrà essere riorientata verso lo studio dell’uomo quale esso è e verso il sistema economico come esiste oggi.

 

COMMENTI

Franco Bruni
Professore ordinario nel Dipartimento di Economia dell’Università Bocconi

La ricerca economica è vasta e specialistica. A volte pare lontana dall’offrire la “scatola degli attrezzi” che vorremmo, per capire e operare. Ma la frontiera della ricerca non è “ridotta a una teoria dei prezzi”. E’ impegnata a studiare le decisioni prese in condizioni di incertezza e informazione incompleta, ispirate da inerzie, comportamenti istintivi e variegati incentivi, e il loro intrecciarsi con istituzioni cariche di storia e influenzate da gruppi di interesse. La microeconomia moderna, usando anche la teoria dei giochi, studia l’evoluzione delle forme e delle strategie contrattuali sui diversi tipi di mercati e suggerisce come migliorarne la regolamentazione.  

Va sviluppato il dialogo che traduce la ricerca di frontiera nei termini di chi deve utilizzarla e rinvia ai ricercatori messaggi capaci di rendere il loro lavoro più utile. E’ un dialogo difficile per l’elevata specializzazione della scienza economica. Ma è indispensabile. E non giova la polemica astratta sull’inevitabile e preziosa astrattezza di una parte della ricerca: occorre piuttosto umiltà e ascolto reciproco, sia da parte di chi ricerca sia di chi opera concretamente nei mercati.  

 

Federico Butera
Ordinario di Scienze dell’Organizzazione all’Università di Milano Bicocca
e Presidente di Fondazione Irso

Un forte richiamo del grande studioso che aveva scoperto che l’economia è la continua ricerca di equilibrio fra mercato e organizzazione. L’imprenditore opera fra opportunità e rischi del mercato, costi e innovazione delle organizzazioni, opportunità e vincoli dello Stato: l’economia reale per lui non è il mero effetto di processi macroeconomici, ma la continua costruzione economico/sociale cui egli prende parte con le proprie decisioni e con giochi cooperativi e competitivi con altri soggetti. Lo Stato che vuole fare politica industriale dispone di ben pochi modelli di causa ed effetto, ma partecipa bene (o più spesso male) a questi giochi. La grande crisi allora si affronta attraverso progetti che innovino sia le organizzazioni delle imprese, rendendole capaci di affrontare i turbolenti mercati delle merci e della finanza, sia l’organizzazione dello Stato e degli Enti Locali per divenire better, cheaper, faster, e per fornire infrastrutture e servizi sostenibili alle imprese e alle professioni e alle persone. That’s the economy, baby. Ma di tutto questo la politica e le scienze economiche si occupano poco, lasciando soli gli imprenditori e i dirigenti pubblici a cavarsela da sè.

 

Carlo Alberto Carnevale Maffè
Docente di Strategia, Scuola  di Direzione Aziendale, Università Bocconi

Utili idioti dell’Occidente, avrebbe detto Lenin di molti sedicenti economisti contemporanei. Coase, così distante per cultura, ne ripropone oggi il tagliente giudizio: lo Stato usa strumentalmente la foglia di fico della disciplina economica per fare (raramente) il bello e (spesso) il cattivo tempo dell’economia reale. Il fatto che proprio gli Stati e le loro propaggini istituzionali siano di fatto il principale datore di lavoro, diretto o indiretto, degli economisti, non rende questi ultimi esenti dallo stesso conflitto d’interessi che pure stigmatizzano nei loro studi.

Come il “latinorum” manzoniano, ammonisce Coase, le discipline economiche oggi vengono usate dai moderni chierici dell’economia finanziaria per parlare al cerchio chiuso dell’accademia invece che per mettere a disposizione del pubblico uno strumento di comprensione dell’economia. Ma più quest’ultima viene rappresentata come complessa, e quindi incomprensibile al popolo, più quest’ultimo invoca lo Stato perché risolva i problemi. Ed ecco che si chiude il cerchio perfetto del conflitto d’interessi strutturale tra i sodali della disciplina economica e il potere politico.

Troppi economisti si sentono invece mosche cocchiere di quel cavallo imbizzarrito e mai domo che è la moderna economia globale. E’ invece studiando l’uomo d’oggi, ci raccomanda Coase, con le sue incertezze e imperfezioni, con la sua cultura e la sua storia, che si può capire – e quindi spiegare a tutti - l’economia. Un’affascinante disciplina, che usa metodi scientifici, ma che non deve pretendere di diventare scienza deterministica, specie quando i suoi sacerdoti si mettono al disciplinato servizio del potere politico.

 

Rony Hamaui
Amministratore delegato di Mediofactoring (Banca Intesa SanPaolo)

Le generalizzazioni sono spesso pericolose, soprattutto se non corroborate da robuste evidenze empiriche. Certamente esistono cattivi economisti che costruiscono complessi modelli del tutto astratti dalla realtà, ma esistono anche ottimi studiosi che continuano a fornire importanti contributi che ci permettono di capire meglio le dinamiche dello sviluppo economico, affrontare le crisi, combattere la povertà e intendere meglio le dinamiche aziendali. Solo due esempi. Esther Duflo, una giovane economista francese che lavora al MIT e sta dando dei contributi molto interessanti nel campo microeconomico nei Paesi in via di sviluppo più poveri. Daron Acemoglu e James A. Robinson, che da anni si occupano del ruolo delle istituzioni nello sviluppo economico e che hanno appena scritto un meraviglioso libro: Why Nations Fail: The Origins of Power, Prosperity, and Poverty. Come dimenticare poi che tre eccellenti economisti (Mario Draghi, Ben Shalom Bernanke e Marvyn King) stanno guidando in maniera coraggiosa la Banca Centrale Europea, la FED e la Bank of England, mentre in Italia il capo di Governo Mario Monti e molti suoi ministri stanno tentando di risanare il Paese. 

 

Emilio Rossi
Presidente EconPartners e Senior Advisor Oxford Economics

La diagnosi di Coase è sostanzialmente corretta, ma pecca forse di pessimismo dovuto all’ambizione di assegnare all’economia il ruolo di guida delle decisioni politiche e imprenditoriali. Ai tempi in cui si formò il pensiero economico di Coase, il concetto marxiano di economia come filo rosso della storia aveva affascinato anche gli economisti non seguaci di Marx. Dopo decenni di storia e di riflessioni (Popper e altri), oggi si può considerare l’analisi economica come uno degli elementi fondamentali al pari di cultura, religione, politica, tecnologia, ecc. L’imprenditore moderno, per decidere dove localizzare i suoi investimenti, deve tener conto di questi elementi molto più di alcuni decenni fa. Tuttavia, come fa notare Coase, “in campo economico il tema della produzione è al margine”, mentre le imprese non utilizzano adeguatamente le moderne analisi economiche (“product line forecasting”, “global market positioning”, ecc.) per valutare i mercati nel loro flusso informativo. Negli ultimi due decenni, la scienza economica si è focalizzata sulla finanza (modelli VAR, derivati, ecc.), mentre l’economia aziendale è orientata alla performance finanziaria dell’impresa. Oggi la scienza economica rimane centrale nella definizione delle politiche economiche e monetarie, mentre costituisce un elemento sottoutilizzato nella definizione delle strategie aziendali.

 

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