Apertura mentale

Enrico Sassoon

04 Aprile 2018

Apertura mentale

Alcuni fenomeni di notevole rilevanza sono difficili da definire. Spesso si presentano come manifestazioni a livello microeconomico, cioè su scala di specifici mercati o specifici settori, oppure di singole aziende, ma poi se ne scopre abbastanza rapidamente la dimensione macroeconomica o l’impatto universale. Per esempio, come considerare l’effetto dei buyback nelle imprese quotate in Borsa? Qual è il reale impatto sui mercati planetari del predominio di sole 4 o 5 mega-imprese come Google, Facebook, Apple, Amazon e AliBaba, che hanno una capitalizzazione pari a quella di tutte le Borse europee messe insieme? E come valutare la nuova fioritura di quei lavoretti talvolta considerati malcerti e precari ma che oggi, presi nel loro insieme, corrispondono a 150 milioni di posti di lavoro solo tra Usa ed Europa e per il quali è nata una specifica definizione, quella ormai nota di gig economy?

La nostra realtà quotidiana è ormai composta da fenomeni di questa natura e occorre comprenderli a fondo evitando analisi sommarie e conclusioni affrettate. In questo numero di Harvard Business Review Italia i lettori troveranno articoli di grande profondità che toccano queste e altre questioni sul tappeto. Per esempio, il saggio di Fried e Wang affronta il tema dei buyback: il riacquisto di azioni proprie danneggia o no i dipendenti e l’azienda, frenando gli investimenti e i compensi ai diversi livelli, premiando solo top manager ed azionisti e dunque alimentando la pericolosa crescita delle diseguaglianze? La risposta finora è stata prevalentemente positiva, come hanno in passato sostenuto su questa rivista ad esempio William Lazonick, Dominic Barton o Roger Martin. Ma gli autori, sembrano dimostrare con una sofisticata analisi come nei fatti la realtà sia diversa da quella normalmente raccontata e che i buyback abbiano assai minore consistenza e rilevanza di quelle oggi vituperate. Certo, non è l’ultima parola, ma delle loro conclusioni si deve tenere conto.

Altra questione, sospesa fra micro e macro, è quella delle strategie delle grandi piattaforme digitali, che con asset molto contenuti e relativamente pochi dipendenti non solo dominano i loro specifici settori, realizzando profitti sproporzionati e acquisendo valori stratosferici sui mercati azionari, ma sono in grado di utilizzare l’enorme liquidità generata per comprarsi aziende di ogni tipo e dimensione, frenando l’innovazione in altri settori e determinando situazioni che in molti casi non possono che essere definite di abuso di posizione dominante, o tout court di monopolio od oligopolio. David Wessel, nel suo articolo, si chiede se questi fenomeni di concentrazione non stiano addirittura “strangolando” l’economia e dunque provocando grandi danni per molti a fronte dei grandi benefici per poche mega-imprese. La risposta è interlocutoria, poiché la questione è sfaccettata e complessa, ma occorre comunque porsi la domanda sui limiti di operatività di queste e altre macro-imprese perché gli effetti complessivi sui mercati sono evidenti e duraturi.

Altro interessante fenomeno, finora poco studiato e non riconducibile a forme tradizionali di lavoro, è quello della gig economy, traducibile come “economia dei lavoretti”, quelli che stanno tra la baby sitter, la badante e il pizzaziolo, ma anche l’ingegnere informatico indipendente, il gestore di una camera Airbnb, l’autista estemporaneo di Uber, il ciclista di Deliveroo, l’addetto al call center o il magazziniere di Amazon. Dunque, una galassia di persone che se fino a poco tempo fa, ricordano nel loro articolo Petriglieri, Ashford e Wrzresniewski, difficilmente potevano essere inserite in un quadro omogeneo, oggi fanno parte di una realtà imponente, in parte frutto delle necessità imposte da un mercato del lavoro insufficiente, in parte originata da precise e irrinunciabili scelte di autonomia di individui di età ed estrazioni diverse.

Sono, quelli qui segnalati, aspetti di una nuova e variegata realtà economica che non va letta con rigidità dogmatica ma con mente aperta. Certo, sarebbe probabilmente meglio se i top manager non utilizzassero i profitti realizzati per compiacere gli shareholder ma piuttosto per dare soddisfazione a tutti gli stakeholder; che le grandi piattaforme tecnologiche cercassero di evitare l’impatto anti-concorrenziale globale delle loro strategie; o che i posti di lavoro fisso esistessero ancora. Ma, anche se non corrisponde più ai nostri schemi abituali, la realtà ha il brutto difetto di imporsi. E va appunto ben compresa e quindi affrontata con mentalità aperta.

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