SISTEMA MONDO

Uscire dall'euro non è la soluzione

Uscire dall’euro non risolverebbe i problemi dell’Italia, anzi li accentuerebbe. Nonostante quello che alcune forze politiche vanno sostenendo, una nuova moneta, più debole rispetto all’euro, non aiuterebbe l’economia italiana a risolvere i suoi annosi problemi.

Le vere problematiche dell’economia italiana sono infatti l’alto livello di debito pubblico, la produttività stagnante (si veda il grafico), un’allocazione del credito e un sistema pubblico sub-ottimale. La relazione tra la presenza della moneta unica e queste problematiche è incerta e sicuramente non indica in modo chiaro che l’uscita dall’euro sarebbe una soluzione.

Al contrario, crediamo che in alcune aree, tra cui quella del debito pubblico (l’Italia ha il secondo debito pubblico in proporzione del Pil tra i Paesi dell’eurozona), uscire dall’ombrello protettivo della Banca Centrale Europea porterebbe inevitabilmente a un aggravarsi della situazione, con effetti negativi sull’economia.

Inoltre, in caso di referendum sull’uscita dall’euro potrebbero esservi forti spinte alla fuga di capitali all’estero. Occorrerebbe, quindi, introdurre vincoli ai movimenti di capitale e alle operazioni bancarie. Il sistema finanziario si congelerebbe e i tassi di interesse sul debito aumenterebbero, con il rischio che il mercato dei capitali sia precluso allo Stato italiano per alcuni mesi.

Inoltre, nel caso in cui la Banca Centrale ritornasse sotto la giurisdizione del ministero delle Finanze, le aspettative di inflazione crescerebbero e porterebbero a ulteriori aumenti dei rendimenti dei titoli di Stato italiani. Infine, parte del debito dovrebbe comunque essere ripagato in euro e sarebbe possibile attendersi una sorta di default del Governo italiano su parte del proprio debito. 

Un’ipotetica euro-exit porterebbe inevitabilmente a una crisi recessiva dato il forte shock negativo sul sistema finanziario e sulla fiducia degli investitori e dei consumatori.

Una nuova moneta, presumibilmente una nuova versione della vecchia lira, più debole rispetto all’euro, ridurrebbe sì il prezzo nominale delle esportazioni, con effetti positivi sulla competitività di prezzo nel breve termine, ma non trasformerebbe l’Italia in un Paese a trazione esportatrice. Infatti, la maggiore competitività derivante dalla svalutazione sarebbe temporanea dato che la crescita inflazionistica annullerebbe nel breve il guadagno di competitività. 

È vero che, a seguito della svalutazione del 1992, la pressione sui prezzi non fu cosi forte, ma questo avvenne perchè vi furono misure di politica fiscale molto restrittive e politiche di reddito volte a contenere le fiammate inflazionistiche. È difficile prevedere una simile risposta di politica fiscale oggi, con il reddito disponibile delle famiglie che é ancora inferiore dell’8% rispetto al 2008.

Infine, la serie di svalutazioni che l’Italia ha attuato nel passato, non ha aiutato l’economia del Paese. Un esercizio molto semplice consiste nel guardare al livello di occupazione durante le svalutazioni occorse tra il 1980 ed il 1997. Nel periodo osservato non c’è stato un chiaro miglioramento del livello di occupazione, nonostante un deprezzamento della lira di circa il 50% nei confronti del marco tedesco.

Le forze politiche dovrebbero concentrarsi a risolvere la stagnazione della produttività e indicare politiche atte alla diminuzione del debito pubblico, piuttosto che propinarci delle soluzioni di vecchio stampo, dalle quali siamo fuggiti in passato.

Il presente articolo è un estratto di una ricerca a cura di Oxford Economics, consultabile in versione integrale al seguente link:
http://www.hbritalia.it/userUpload/RB_IT_leaving_the_euro_feb_2017_1.pdf

 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 2500

Temi più seguiti

Partner center