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È di scena il conflitto

Un mondo buono. Non sto facendo pubblicità a un mulino, semplicemente mi adeguo al pensiero imperante dei luoghi comuni. All’immaginario collettivo, insomma. Un mondo in cui regnano pace, armonia e lealtà. Un mondo dove, negozialmente parlando, vi siano cooperazione e approccio naturale al win-win. Nel comune sentire sarà anche questo lo scenario ideale per vivere e lavorare, ma sappiamo che non è così.

E allora teniamoci il conflitto e vediamo che farne: può anche diventare qualcosa di utile nella vita privata e professionale.

Il conflitto nasce dal coesistere di obiettivi contrapposti e da quotidiani scontri tra visioni vecchie e nuove: testimonia l’immensa ricchezza dell’uomo nella lettura della realtà. Non ci sarebbero evoluzione e cambiamento senza questa capacità di guardare e giudicare contemporaneamente uno stesso oggetto di conoscenza in modo diverso. «Se non ci fosse mai il conflitto - spiega la psicologa e docente universitaria Giovanna Leone – ci sarebbe una quiete apparente, espressione della paura di trasformarsi e quindi di vivere».

Il conflitto può diventare un’opportunità anche in azienda? Penso di sì e vorrei offrire tre spunti per darne evidenza, senza pretesa di esaustività.

Iniziamo dall’esempio più immediato: il conflitto tra colleghi che, come ricorda Guido Prato Previde, esperto in materia di conflitto, causa il 65% dei problemi di performance e di produttività. Dunque, un costo elevato per l’azienda. Sebbene frustranti e divisive sul momento, le diatribe tra colleghi liberano energie positive e alimentano un clima quantomeno creativo, facendo emergere informazioni fino a quel momento non note: per esempio, anche solo che la si pensava in modo diverso. Anziché negarle o esaltarne solo l’aspetto negativo, è necessario agire sulla capacità di resilienza, fino a creare una mentalità imprenditoriale, patrimonio comune dell’intera squadra e non solo dei suoi vertici.

Il secondo aspetto è il ruolo dei manager nei conflitti. Chi risolve i problemi con lucidità è efficace. I manager definibili tali danno la possibilità ai collaboratori di fare proposte e di dare consigli. Sono maestri nel risolvere i conflitti, abili a individuare i problemi e a coinvolgere gli altri nel cercare soluzioni immediate. I manager di questo calibro sono metodici nello scomporre un problema in parti più semplici da risolvere. Considerano un conflitto un’opportunità per nuove relazioni e un’efficace esperienza sul campo per allenare il proprio team a risolvere i problemi in modo autonomo.

E, per ultimo, va citato il conflitto rispetto alla negoziazione, uno dei temi a me più cari. E qui la strada è tutta in discesa. Due parole: “paradosso negoziale”. La presenza di un conflitto è la migliore opportunità negoziale. Non pensiamo necessariamente alla guerra, ma a situazioni in cui risorse scarse sono oggetto di contesa da più parti. Qui risiede potenzialmente una grande opportunità: quella di creare per gli attori coinvolti valore maggiore di quello che una soluzione non negoziale genererebbe.

Un Giano bifronte: se la negoziazione si nutre di conflitto, è vero che il conflitto è spesso causato da scarse capacità negoziali. E questo purtroppo capita spesso. Dostoevskij docet: «Gli uomini sono fatti in modo da doversi necessariamente tormentare a vicenda». In ogni caso, Dostoevskij a parte, tenete conto di una cosa: nessuna negoziazione si può dire davvero soddisfacente se non vengono salvaguardati i bisogni di quanti sono coinvolti. A conferma della rilevanza del tema del conflitto nella vostra vita, sotto ogni profilo, quest’anno Bridge Partners® gli dedicherà l’annuale evento corporate “È di scena il conflitto”, a Milano il prossimo 19 maggio (http://bit.ly/2iVzgD8).

Avvalersi di un metodo negoziale è una buona carta da giocare per creare risorse dal conflitto. Niente improvvisazione, se non vogliamo, tutti, abbandonare il tavolo da sconfitti.

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